IL REGNO DEL MISTICO (prima parte) di Valerio Covaia

Daniel era sempre stato un bambino un po’ particolare.
Da piccolo, non amava molto giocare a palla insieme agli altri bambini; correre libero nei prati; nascondersi dietro i tronchi degli alberi e vivere le esperienze che si addicono maggiormente alla tenera età.
Il giovane Brulesque (questo infatti era il suo cognome) gradiva molto di più la lettura e, soprattutto, l’atto di analizzare, come un instancabile scienziato, il mondo che lo circondava.
Le persone attorno a lui si rendevano, tuttavia, conto di quanto gli sguardi attenti con cui osservava la natura fossero carichi di un qualcosa di insano: un innato desiderio malsano di controllare ciò che lo circondava, di rendere ogni oggetto o animale un proprio schiavo.
A dieci anni, ad ogni modo, quel bambino così particolare aveva stretto un legame abbastanza forte con una sua coetanea venuta da poco ad abitare nella periferia di Greenwich.
Il caso aveva posto le loro abitazioni a distanza di pochi metri, ovvero lo spazio intercorrente tra due appartamenti dello stesso palazzo.
La fanciulla si chiamava Ginevra, per tutti Ginny, Smith. Possedeva un istinto da avventuriera ed un carattere molto solare.
Ella induceva Daniel a non mancare mai di sorriderle, un po’ perché considerava, con superiorità sprezzante, quell’allegria troppo travolgente presente in lei un sintomo di stupidità; un po’ perché la sua vicina di casa era l’unica persona nella sua vita per cui provasse affetto.
Quella bambina dai capelli rossi e gli occhi grigi, combinazione alquanto insolita, soprattutto se ci si soffermava ad osservare le orecchie un po’ a punta di Ginny, era diversa da tutto il mondo dell’altro, costellato da tristi momenti trascorsi a rimuginare tra sé su quanto fosse tremendo il destino che gli aveva riservato due genitori completamente disinteressati alla sua esistenza ed un carattere così schivo ed introverso.
Il piccolo Brulesque non odiava, infatti, la compagnia degli altri e non si isolava per divertimento.
Egli era solo troppo insicuro. Temeva di compiere un passo falso, ad ogni momento, per la sua passione verso una visione di mondi fantastici ed altre dimensioni. Paventava che potesse venire giudicata una stramberia.
Accadeva, infatti, che non riuscisse, a volte, ad evitare risatine, occhiatacce ed indici tesi ad indicarlo, mentre camminava per la strada.
La sua pelle olivastra; le profonde borse sotto le pupille dalle iridi piuttosto scure; i capelli arruffati e del colore del carbone sopra la sua testa non aiutavano la sua, già di per sé, disperata situazione.
Un pomeriggio, Daniel stava osservando le sfere dipinte dei pianeti che formavano il plastico in scala del sistema solare posto su una mensola della sua camera.
Ad un certo punto, toccando quella che rappresentava Marte, sentì una scarica elettrica pervadergli il corpo e scuoterlo per ogni parte.
Erano passati sei anni dall’arrivo in città di Ginny.
A quel ragazzo, esperto di realtà paranormali, mancavano poco più di ventiquattro mesi per diventare maggiorenne.
Quando Daniel vide la scintilla di luce verde sprigionarsi dall’estremità del suo indice, rimase sbalordito. Dovette gettarsi di peso su letto per non svenire.
Esaminò il dito, preoccupato.
Non vi riscontrò la minima traccia dell’accaduto. Non una scottatura. Non una cicatrice. Niente che avrebbe potuto essere causato dall’energia sprigionata.
Dopodiché egli distese le braccia e formò numerose figure unendo e disgiungendo le mani nelle pose più differenti.
L’ultima fu una colomba.
Poi inquadrò il lampadario nello spazio lasciato libero da quell’incastro di dita ed esso iniziò a muoversi.
Quell’oggetto di metallo ebbe infatti una sorta di brusco sussulto ed iniziò ad agitarsi, oscillando avanti ed indietro, lasciando, come testimonianza di quel proprio accenno di vitalità, crepe sul soffitto che continuavano ad espandersi e ad aggiungere un numero crescente di diramazioni.
Allora, Daniel compì con le mani un movimento rotatorio in senso antiorario. Le spaccature sparirono, ripristinando lo stato originario. Rimasero sul letto solamente minime tracce d’intonaco e di una fine polvere bianca.
Il giovane Brulesque si aggrappò al cuscino del letto.
Era impaurito.
La sua mente iniziò ad essere pervasa da immagini che gli apparivano in una definizione reale.
Esse non appartenevano ai suoi ricordi. Erano scene create per lui.
Creature sovrannaturali, nella forma di licantropi, streghe, vampiri, elfi, fantasmi continuavano ad avvicendarsi in un lungo fluire di sequenze dinamiche e terribili. Gli sfondi delle rappresentazioni avevano colori varianti da un nero simile all’ossidiana al rosso sangue.
Con uno sforzo mentale terribile, Daniel si divincolò da quella situazione.
A quel punto, tutte le sue dita si accesero della luce verdognola di prima; la stanza si oscurò completamente; una coltre simile alla pece ricoprì il chiarore rosato del tramonto pomeridiano che penetrava attraverso la finestra aperta; bagliori di smeraldo iniziarono a stagliarsi sulle pareti.
Percepì l’aria attorno a lui addensarsi, diventare pesante, soffocante.
Si sentì stretto in una morsa di tentacoli che lo avvolgevano come le spire di un serpente.
Cercava di liberarsi. Ogni sforzo, tuttavia, risultava vano.
Agitò convulsamente le braccia, nel disperato tentativo di aggrapparsi a qualcosa. Ma incontrò solo il nulla.
Una scoperta inquietante all’improvviso: le sue mani aperte avevano sfiorato un oggetto liscio e duro. Daniel non poteva vederlo ma ne percepiva la consistenza.
Chiuse entrambi i pugni e batté con forza, più volte, sull’ostacolo ignoto.
In quell’incubo ad occhi aperti, udì un fragore inquietante. Proveniva smorzato, come fosse ostacolato da una specie di schermatura.
Sembrava che l’essere o gli esseri, dall’altra parte di questa, tentassero di rispondere, con urla acute e stridule. Erano così laceranti da far raggelare il sangue nelle vene.
Le sue dita continuavano ad emanare bagliori verdi. Quasi automaticamente, le puntò verso la zona di provenienza di quegli effetti spaventosi. Le trepidazioni di Daniel si trasformarono in uno stato di terrore.
Si era materializzato uno specchio con una cornice fatta di ossa. Ossa che non sembravano umane. Teschi dai denti troppo aguzzi. Altri con terminazioni laterali appuntite.
Si avvicinò per esaminarle con un senso di ribrezzo. Ebbe l’impressione che fossero residue cartilagini di orecchie elfiche.
C’erano, poi, omeri allungati, falangi con artigli. Immaginò che fossero appartenuti a forme di licantropi.
Rivolse la sua attenzione alla superficie opaca contenuta nella cornice. Al senso di ripugnanza si unì meraviglia. La tastò con cautela. C’era, sul vetro, parecchia polvere.
Improvvisamente, le ossa iniziarono a sgretolarsi. Sulla superficie che racchiudevano si formarono crepe. Divenivano sempre più vistose. Cominciarono a roteare. Divennero un vortice nell’acqua.
Il ragazzo fece un balzo indietro. Voleva allontanarsi.
Ma il vortice era la risultanza di innumerevoli forze che si erano concentrate sull’oggetto; ed egli fu risucchiato dal turbine.
Daniel Brulesque aveva varcato una soglia. Una soglia dalla quale era stato catapultato dentro una sorprendente dimensione fantastica. Quell’evento segnò per sempre la sua vita. Costituì una cesura tra la tranquilla, monotona, noiosa esistenza a Greenwich e quella che avrebbe percorsa d’allora in avanti.
Prima di quell’evento, nella solitudine della propria camera, egli era solito soffermarsi, disteso sul letto, a pensare di essere destinato a qualcosa di più grande ed importante di quello che la quotidianità gli offriva. Erano pensieri che gli sopprimevano linfa vitale.
Ma, ora, le sue aspirazioni sembravano che avessero trovato la degna, reale concretizzazione.
Dal vortice che lo aveva ghermito, Daniel fu scagliato duramente in una enorme e sfarzosa sala.
Appariva come la sala del trono di un palazzo reale.
La brusca caduta gli aveva affievolito i sensi; e non riusciva a distinguere completamente le immagini. Non tanto, tuttavia, da non poter percepire lo sfavillio di oro ed avorio del salone sul cui pavimento si trovava ancora adagiato in posizione prona.
Fu così che poté accertare che intorno a lui c’era un corteo di individui strani.
Vide due elfi inginocchiati che tenevano l’arco sul braccio destro; un nano si sfiorava continuamente la cotta di maglia argentata con l’ascia; un uomo alto dal contegno serio e accigliato in volto, osservava ritto la scena.
Vide anche due streghe con i capelli scuri, scompigliati, pieni di sporcizia, sotto cappelli evidentemente rattoppati più volte.
Quegli tutti sibilavano frasi in lingue incomprensibili, con un tono di voce assai basso, quasi un sussurro.
Sembrava che non volessero far trapelare i loro discorsi ad altre orecchie.
Il gruppo cominciò a stringersi attorno a Daniel. Due donne si chinarono su di lui e ne esaminarono attentamente il volto. Avevano unghie lunghe ed appuntite che, al ragazzo, apparivano minacciose.

                                                                                                 CONTINUA